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Die Zauberflöte
Opera in due atti di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Personaggi ed Interpreti
Sarastro Stefano Rinaldi Miliani
Tamino Leonardo Cortellazzi
La regina della notte Clara Polito
Pamina, sua figlia Serena Gamberoni
Prima dama Loredana Arcuri
Seconda dama Angela Nicoli
Terza dama Lorena Scarlata
Papageno Filippo Bettoschi
Papagena Laura Catrani
Monostato Anicio Zorzi Giustiniani
I tre paggi Silvia Spruzzola, Beatrice Palumbo, Simona Di Capua
1° Sacerdote/2° Armigero Alessandro Calamai
2° Sacerdote/1° Armigero Marco Voleri
direttore Oliver Gooch
regia, scene e costumi Eugenio Monti Colla
light designer Roberto Gritti
L’opera viene rappresentata in lingua originale con sopratitoli in italiano
allestimento della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, Teatri s.p.a. di Treviso e Teatro dell'Aquila di Fermo
CORO DEL CIRCUITO LIRICO LOMBARDO
maestro del coro Antonio Greco
ORCHESTRA LIRICA I POMERIGGI MUSICALI
Coproduzione dei Teatri del Circuito Lirico Lombardo: Ponchielli di Cremona, Grande di Brescia, Sociale di Como, Fraschini di Pavia
Prima rappresentazione: Vienna, Theater auf der Wieden, 30 settembre 1791
L’opera è stata rappresentata al Teatro A. Ponchielli nella stagione 1999
“Opera tedesca”, secondo la definizione dello stesso autore, “dramma meraviglioso”, secondo la moda di quel fin de siècle, manifesto di un’umanità rinnovata, superiore, nobilitata, ma anche spettacolo fantastico dai grandi effetti teatrali, nel quale “ininterrottamente c’è qualcosa da vedere e di cui stupirsi” (Stefan Kunze), Il flauto magico costituisce una sorta di “manifesto” del teatro in musica tedesco, una via tracciata da Mozart per la musica a venire.
L’atmosfera generale dell’opera non rinuncia a quella moda del fiabesco che aveva fatto la fortuna del Singspiel, che qui rivive nella sua forma più nobile, tanto che, secondo la felice intuizione di Alfred Einstein, “incanta il fanciullo, commuove l’uomo più indurito ed entusiasma il saggio”. Particolarmente pertinente, dunque, è l’”incontro” tra il capolavoro mozartiano e un artista che da anni avvince il pubblico di tutte le età con le sue “favole” interpretate da una straordinaria compagnia di marionette: Eugenio Monti Colla abbandona per una volta i minuscoli personaggi di legno della storica compagnia Carlo Colla e Figli per mettere in scena artisti in carne ed ossa, una nutrita schiera di cantanti particolarmente versati nel repertorio mozartiano, da Leonardo Cortellazzi (Tamino) a Clara Polito (Regina della notte), da Filippo Bettoschi (Papageno) a Laura Catrani (Papagena) e Serena Gamberoni (Pamina).
La direzione musicale è affidata all’inglese Oliver Gooch, che appartiene alla schiera, fortunatamente nutrita, delle giovanissime bacchette emergenti, e che con ottoni e percussioni d’epoca intende restituire anche all’orchestra i vividi colori originali. L’estrema opera mozartiana gli viene affidata dopo l’ottima prova offerta nella versione del Don Giovanni realizzata per il progetto Pocketopera.
LA TRAMA
È una vicenda fiabesca, ambientata in un antico (e immaginario) Egitto.
ATTO PRIMO
Paesaggio roccioso presso un tempio circolare.
Tamino, in costume di caccia giapponese, entra inseguito da un serpente e invocando aiuto, quindi cade a terra svenuto. Dal tempio escono tre dame velate, che tagliano a pezzi il rettile con i loro giavellotti. Quindi celebrano la vittoria sul mostro, per poi soffermarsi ad ammirare l’avvenenza del giovane: se mai dovessero cedere all’amore, egli sarebbe l’eletto. Ora però occorre avvertire la Regina della sua presenza: forse lo straniero potrà renderle la pace perduta. Tutte vorrebbero mandare le compagne dalla Regina, per restare sole con il ragazzo: alla fine decidono di partire insieme. Tamino rinviene, e meravigliato osserva i resti del serpente. Da lontano si sente un suono di siringa: entra Papageno, che ha un’uccelliera sulla spalle e che canta accompagnandosi con la siringa; si dice contento del suo lavoro, ma vorrebbe mettere in gabbia anche le ragazze, per poi baciare la più bella. Tamino interroga Papageno: questi, però, non ricorda i nomi dei luoghi, e nemmeno quelli dei suoi genitori; vive dando uccelli in cambio di cibo alle dame della Regina della notte. Tamino pensa che Papageno sia un genio benefico: solo un messo della Regina avrebbe potuto avere la forza di abbattere il serpente. Papageno glielo lascia credere, ma le tre dame lo chiamano: come punizione per la bugia gli chiuderanno le labbra con un lucchetto d’oro. Le dame si rivolgono ora a Tamino. Lo hanno liberato dal serpente. E la Regina della notte gli invia il ritratto della figlia Pamina: l’immagine è meravigliosa, Tamino la contempla per poi soccombere all’emozione d’amore. Vorrebbe incontrare l’amata e farla sua: il suo desiderio sarà esaudito, promettono le tre dame, se saprà essere valoroso. Pamina, infatti, è stata rapita da un malvagio, e lui dovrà liberarla: Tamino si dichiara pronto all’impresa. Rimbomba il tuono, si aprono le rocce e appare la Regina della notte su un trono di stelle: da quando le è stata rapita la figlia vive nel dolore; Tamino la salvi, e sarà sua. Le rocce si richiudono; Papageno con le labbra cucite dal lucchetto chiede aiuto: le dame lo liberano. Ma la punizione è stata esemplare: se tutti i bugiardi fossero castigati, nel mondo regnerebbe amore e fratellanza. Quindi le dame consegnano a Tamino un flauto dorato: sarà la sua protezione, tramuterà il dolore in gioia, l’orgoglio in amore; è l’oggetto più prezioso che ci sia, perché fonte di felicità. Le dame ordinano a Papageno di scortare Tamino fino al castello di Sarastro: Papageno è atterrito, ma c’è un dono anche per lui, un carillon.
Magnifica sala egizia.
Tre schiavi commentano la fuga di Pamina, contenti che Monostato non possa più importunarla. Ma Monostato entra trascinando la ragazza, e ordina agli schiavi di incatenare la ragazza. Pamina implora pietà: la madre morirà di dolore, poi si abbatte inanimata. Papageno scorge Pamina da una finestra, ma poi i suoi occhi si incontrano con quelli di Monostato: vedendo sembianze tanto strane, entrambi credono di essere in presenza del diavolo e fuggono. Pamina si sveglia e invoca la madre; rientra Papageno, ripresosi dalla paura, e annuncia a Pamina lo scopo della missione sua e di Tamino. La ragazza però non si fida: teme di avere davanti un brigante mandato da Sarastro. Papageno riesce però, alla fine, a convincere e a commuovere Pamina: anche per lui, prima o poi, ci sarà una compagna.
Nel bosco. Sullo sfondo, al centro, il tempio della Sapienza, a destra quello della Ragione, a sinistra quello della Natura.
Giunge Tamino guidato da tre paggi, che lo invitano alla tenacia, alla pazienza e alla discrezione per conseguire la vittoria. Tamino chiede se potrà salvare l’amata, ma i paggi non hanno il potere di dare risposte. Guardandosi attorno, Tamino pensa di trovarsi nella dimora dell’Ingegno, del Lavoro e delle Arti. Pensa di oltrepassare le porte, ma due voci, da destra e da sinistra, gli ordinano di arretrare. Batte allora alla porta centrale: gli appare un vecchio sacerdote, cui confessa di ricercare Amore e Virtù. Dal sacerdote gli viene un ammonimento: questa ricerca non può essere guidata dall’odio. Tamino confessa di odiare soltanto Sarastro: forte è la sua delusione quando apprende che questi regna nel tempio della Sapienza. Lo accusa infatti di aver rapito Pamina dalle braccia della madre. ma il sacerdote replica: è vittima di un inganno. Vorrebbe saperne di più, ma non gli è concesso: il velo non si diraderà prima che l’Amicizia l’abbia guidato fra gli eletti.
Assorto, Tamino chiede quando si diraderà l’eterna notte: presto o mai, replicano le voci interne. E Pamina vive ancora? Sì, rispondono le voci. Tamino allora esprime la sua gioia con la musica. Accorrono gli animali: grande è l’incantesimo dello strumento, se riesce ad ammansire le bestie feroci. Solo Pamina sfugge alla magia: Tamino l’invoca e continua a suonare fin quando gli risponde la siringa di Papageno. Esaltato, Tamino esce incontro all’amata, ma la ragazza entra dalla parte opposta insieme a Papageno. Occorre trovare al più presto Tamino: Papageno suona la siringa e Tamino risponde col flauto. L’esultanza dei due è interrotta da Monostato, che sopraggiunge con gli schiavi. A questo punto Papageno si ricorda del carillon: al suo suono i mori arretrano incantati. Annunciato da trombe e timpani arriva Sarastro. Papageno è terrorizzato. Papageno fa il suo ingresso su un carro trainato da sei leoni. Pamina si inchina: è colpevole, ma è stata costretta alla fuga dalle attenzioni di Monostato. Sarastro non intende obbligarla ad amare contro la sua volontà, ma non le può accordare la libertà: la sua felicità sarebbe distrutta se le consentisse di tornare dalla madre, perché senza la guida di un uomo le donne abbandonano la retta via. Entra Monostato che conduce Tamino; gli innamorati si abbracciano, ma Monostato, furente, li separa e chiede a Sarastro il compenso per il suo zelo: gli vengono accordate settantasette bastonate sulle piante dei piedi. Tamino e Papageno vengono condotti nel tempio dell’iniziazione.
ATTO SECONDO
Bosco di palme, con rami d’argento e foglie d’oro; diciotto sedili con sopra una piramide e un corno nero incastonato d’oro.
Sarastro e i sacerdoti entrano in corteo: può così iniziare la riunione degli adepti di Iside ed Osiride. Tamino cerca la luce, Sarastro dice che è dovere di tutti aiutarlo, garantendo sulla saldezza della sua volontà. L’assenso collettivo è dato dal triplice segnale dei corni. Tamino si redimerà dal pregiudizio non appena possederà la pienezza della Scienza, prosegue Sarastro; Pamina gli è destinata dagli dei. I sacerdoti convalidano col triplice segnale. Ma Tamino saprà superare le prove? Se cadrà, raggiungerà la felicità presso Iside e Osiride.
Atrio del tempio con ruderi di colonne e di piramidi.
Tamino e Papageno avanzano guidati dall’oratore e dal sacerdote. In distanza si sente il tuono, e Papageno è preso da terrore. L’oratore chiede a Tamino se si sente di affrontare le prove anche a costo della morte, e Tamino assente. Papageno, invece, non vuol correre rischi, preferisce rinunciare ad una Papagena e restare scapolo. La prima prova è quella del silenzio, che nonostante i tentativi di dissuasione delle tre dame viene superata. Intanto in un boschetto Monostato si avvicina furtivamente a Pamina addormentata cercando di baciarla; la Regina della notte, però, interviene a protezione della figlia, che si getta fra le sue braccia in cerca di conforto per quello che crede l’abbandono di Tamino, tutto preso dalle sue pratiche di iniziazione. La Regina della notte consegna alla figlia un pugnale col quale uccidere Sarastro, ma Monostato, che ha sentito tutto, strappa di mano l’arma alla fanciulla. Sopraggiunge Sarastro, che caccia Monostato e rassicura la fanciulla: è l’Amore, e non la vendetta, che dona felicità.
Tamino e Papageno continuano la loro prova. Compare una vecchia orrenda che afferma di essere Papagena e si mette a parlare con Papageno, finché non scompare con fragore di tuoni. Nel cielo compare una tavola imbandita: i due possono rifocillarsi prima di continuare le prove.
Richiamata dal flauto di Tamino, Pamina entra in scena, ma l’amato non può parlarle: la ragazza, sconvolta, tenta di uccidersi; la salveranno i tre geni, rassicurandola sulle intenzioni dell’innamorato. Ora Tamino deve superare le prove del fuoco e dell’acqua; Pamina, che l’ha seguito, gli suggerisce di ricorrere alle magie del flauto, e così le prove sono superate. Frattanto Papageno si dispera: per un attimo gli è apparsa, in un’improvvisa metamorfosi della vecchia, la Papagena promessa, che però è subito sparita. Il suono del carillon la farà ricomparire.
In un paesaggio di rupi scoscese la Regina della notte, con Monostato e le tre damigelle, cercano di avvicinarsi al tempio per uccidere Sarastro. Ma la terra, scossa dal terremoto, si apre per inghiottirli. Nel tempio del sole, Sarastro in trono, circondato dai sacerdoti, con Tamino e Pamina celebrano la vittoria della Luce sulle tenebre.
Le altre recite
29 e 31 ottobre, Teatro Grande di Brescia
7 e 9 gennaio 2011, Teatro Sociale di Como
12 e 14 gennaio 2011, Teatro Fraschini di Pavia
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